Nuove prove video dall’interno dell’impianto di veicoli elettrici di BYD in Ungheria mostrano auto che arrivano dalla Cina già pronte per essere guidate, per poi essere sistematicamente smontate e successivamente riassemblate sul posto.

La testata investigativa Átlátszó riferisce che questo processo sembrerebbe progettato per far rientrare i veicoli nell’etichetta “Made in EU”, aggirando potenzialmente i dazi all’importazione e le tasse applicate ai veicoli elettrici interamente prodotti in Cina.

Le riprese, ottenute e pubblicate da Átlátszó, mostrano lavoratori nello stabilimento di Komárom – gestito dalla filiale locale di BYD – mentre smontano veicoli completi fino ai componenti principali come telaio, pannelli della carrozzeria, interni e gruppi propulsori. Le auto vengono poi riassemblate sulla linea produttiva. Fonti a conoscenza delle operazioni, citate nel report, descrivono i veicoli come “pronti alla guida” al momento dell’arrivo, prima dell’inizio della procedura.

Questa pratica ricorda l’assemblaggio CKD (Completely Knocked Down), un metodo storicamente utilizzato dalle case automobilistiche per spedire veicoli sotto forma di kit di componenti, evitando dazi più elevati sui prodotti finiti.

Nel contesto dell’Unione europea, tuttavia, un livello così minimo di lavorazione locale potrebbe non soddisfare i rigorosi requisiti di origine necessari per la libera circolazione europea senza dazi o per qualificarsi pienamente come “prodotto europeo” secondo le normative doganali e commerciali.

Dalla fine del 2024, l’Unione ha imposto dazi anti-sussidi aggiuntivi (fino al 17-38% oltre al dazio standard del 10%, a seconda del produttore) sui veicoli elettrici di fabbricazione cinese, spingendo aziende come BYD ad accelerare gli investimenti produttivi locali.

Le operazioni ungheresi di BYD hanno ricevuto un consistente sostegno pubblico. Secondo Átlátszó, il governo ungherese ha finora concesso quasi 130 miliardi di fiorini (circa 330-340 milioni di euro ai tassi attuali) tra sussidi, agevolazioni fiscali, aiuti infrastrutturali e altri incentivi. Questo include il supporto sia per il più recente grande stabilimento per veicoli passeggeri a Szeged, nell’Ungheria meridionale, sia per impianti collegati come quello di Komárom.

Il report evidenzia una contraddizione apparente: mentre BYD promuove i suoi stabilimenti ungheresi come importanti poli manifatturieri capaci di creare occupazione e aggirare i dazi europei sulle importazioni cinesi, il processo osservato comporterebbe un valore aggiunto limitato oltre al semplice riassemblaggio.

I critici sostengono che ciò potrebbe indebolire l’obiettivo delle misure di difesa commerciale dell’Unione, pensate per proteggere l’industria locale dalle importazioni sovvenzionate.

BYD non ha commentato pubblicamente le specifiche accuse contenute nel video alla data di pubblicazione dell’articolo. Le dichiarazioni ufficiali dell’azienda sottolineano che la produzione in Ungheria consente vendite senza dazi nel mercato unico dell’Unione, sostiene l’occupazione locale e contribuisce alla transizione verde europea. Lo stabilimento di Szeged, annunciato con un investimento superiore a 4 miliardi di euro, dovrebbe raggiungere una capacità annuale di 150.000-300.000 veicoli una volta pienamente operativo.

Le rivelazioni arrivano in un contesto di crescente attenzione sugli investimenti cinesi nel settore dei veicoli elettrici in Europa. L’Unione continua a monitorare il rispetto delle regole di origine, delle norme sugli aiuti di Stato e della trasparenza dei sussidi, soprattutto mentre aziende come BYD si espandono per aggirare le barriere all’importazione.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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